(Estratto da “Firenze, Sala d’Arme di Palazzo Vecchio 30 Giugno /2 Settembre 1984”)

| Pietro Annigoni nasce a Milano il 7 giugno 1910. Suo padre, emiliano, è ingegnere, sua madre un’italo-americana di San Francisco. Nel ’25 si trasferisce a Firenze dove studia pittura e scultura all’Accademia di Belle Arti con Carena e Graziosi. «Ricordo – racconta l’artista – che fin dai primi anni dei miei studi, i miei modelli, i miei referenti erano gli antichi e la natura. Era un’ammirazione, un trasporto del tutto istintivo che prescindeva da mode o indirizzi correnti. I primi incontri li ebbi con la pittura tedesca e fiamminga. Holbein, Memling, Rembrandt. E, insieme, con il “vero”». Il giovane Annigoni riflette, studia, copia i grandi testi del passato: contemporaneamente esegue centinaia di disegni dal vero, molti ritratti, qualche paesaggio del Lago di Como, dove si era trasferito per dipingere. «Sentivo che con il disegno – dice Annigoni – arrivavo più lontano nel captare il visibile che con la pittura, più a fondo. Studiare gli antichi mi serviva prima di tutto per apprendere una tecnica che, poi, era servita loro per essere fedeli al vero». In quei primi anni di studio e di pratica non manca di interessarsi alla moderna attualità: a diciassette anni vede a Milano, per la prima volta, la pittura di De Pisis e rimane fortemente colpito dalle sue nature morte «per la profonda e raffinata intimità con gli oggetti che sapeva creare». Alla prima quadriennale riceve una grande impressione dalla pittura di Tosi. Più tardi, nel ’40, scriverà (in: «Annigoni», ed. Gonnelli, Firenze, 1940) di loro: «Inoltre sento benissimo come certe parole preziose di un Tosi, di un Morandi, di un De Pisis rivelino agli iniziati deliziose sfumature di sensi, sbocciando talvolta in gemme di pura poesia». I primi anni dopo il ritorno a Firenze sono ricchi di frutti: Annigoni esegue molti ritratti, a Renzo Simi, a Mario Parri, a Carlo Nucci, al padre e alla madre, di cui studia a fondo la caratterizzazione psicologica: e, insieme, si impegna ad accrescere il livello della sua tecnica. Del ’30 è il primo affresco, un autoritratto eseguito su un embrice: soltanto sei anni più tardi, nel ’36, egli proverà a trasferire questo esperimento su grandi dimensioni realizzando sulla parete di una trattoria in via dei Cerchi un paesaggio, oggi andato distrutto a causa dell’umidità. Del 1932 è la sua prima personale a Palazzo Ferroni, nella galleria dell’antiquario Luigi Bellini, mostra che decreta il primo vero successo di critica e di pubblico. Annigoni espone vari olii ma soprattutto disegni: ed è dei disegni che parla Ugo Ojetti nella recensione all’esposizione sul Corriere della Sera (23 dicembre 1932) dicendo: «Il fatto è che a tanta verità l’Annigoni arriva con una sicurezza che non è bravura, ma un attento, lento, e quasi flemmatico osservare: lentezza e attenzione che sono fuori della moda corrente, la quale vorrebbe spregiare la realtà o richiamarla solo per allusione. Il commento terminava – ricorda l’artista – con una sospensione di giudizio sulla mia pittura. E, in effetti, Ojetti aveva ragione. I dipinti non erano ancora all’altezza dei disegni». Nel ’34 espone in un’altra personale alla galleria Firenze, mentre nel ’36 parte per il viaggio di prammatica a Parigi: «Rimasi sicuramente molto colpito dagli impressionisti. Dopo quella prima visita, cominciai a girare per l’Europa. Il ricordo più forte che mi portavo dentro era per la pittura di Courbet e di Manet. Tra il ’37, ’38, ’39, andai in Germania, in Austria, in Ungheria. Ho visto e studiato tante di quelle opere in quegli anni!». Con lo scoppio della guerra torna e si ferma a Firenze. Accanto alla produzione di ritratti si affianca quella di dipinti ed affreschi con soggetti religiosi: nel ’40 conclude il ciclo con temi biblici nel convento di San Marco. In quei mesi, a Firenze, circolano vari artisti tra cui De Chirico che vede la sua pittura e ne parla bene nelle sue «Memorie» (1945); qualche tempo prima aveva conosciuto Sciltian che aveva esposto a Firenze nelle sale del Lyceum e l’amicizia era continuata e si era rinnovata a Milano in occasione di una mostra dello stesso Annigoni: c’erano poi i fratelli Bueno, arrivati a Firenze nel ’40 con i quali condivise uno studio a San Domenico: nel suo atelier di piazza Santa Croce circolava da anni un altro amico pittore, Alfredo Serri. Terminata la guerra, nel ’45, l’artista tiene una personale a Milano alla galleria Ranzini: il giro di rapporti si stringe e con Sciltian e i due Bueno Annigoni decide di fondare il gruppo dei «Pittori Moderni della Realtà», di cui firma il manifesto teorico che serve a presentare la loro prima mostra, tenuta nei locali della galleria «L’Illustrazione Italiana» a Milano, nel novembre del ’47. Insieme al gruppo espone poi a Firenze, sempre nel ’47, alla galleria «Firenze», a Roma, alla galleria «Margherita» nel ’48, poi di nuovo a Milano, nel ’49, alla «Ranzini» (quando il gruppo si allarga a diciotto componenti), e infine a Firenze. Poi, come per quasi tutti gli altri fondatori, anche per Annigoni si aprono nuove strade. Per lui è quella dell’Inghilterra: partecipa con l’Autoritratto all’esposizione annuale della Royal Academy di Londra, dove la sua pittura piace: nel ’50 espone alla «Wildenstein» e nel ’54 riceve la prima commissione per l’esecuzione di ritratti alla famiglia reale e a molti altri personaggi illustri. Prosegue contemporaneamente la sua produzione di grandi tele e affreschi con soggetti sacri, tra cui per imponenza vanno ricordati soprattutto il ciclo di affreschi nel santuario della Madonna del Buon Consiglio a Ponte Buggianese (Pistoia) (1967-78), quello eseguito a Montecassino (78-80) e quello, ancora in corso, nella chiesa del Santo a Padova. Bibliografia essenziale Difficile riassumere la grande mole di pubblicistica sulla produzione grafica e pittorica di Pietro Annigoni. Tra le monografie più complete a lui dedicate si ricorda quella di Niccolò Rasmo, P.A., ed. Edam, Firenze, 1961; per la grafica e le opere fino al ’40: «P.A.», ed. Gonnelli, Firenze, 1940; per una selezione di commenti e critiche sulla sua pittura: Raffaele De Grada, P.A., Milano, 1971 e Idem, I profili del Comanducci: P.A., Milano 1974. |

